Adiós, ciudad

Il bus scivola verso sud attraverso un’arida distesa di basse colline grigie e vagamente rossastre. Sulle rocce appiattite spuntano ciuffi di fichi d’India e cespugli rigogliosi di cardon, una buffa pianta grassa che assomiglia a una manina con tante dita sottili puntate verso il cielo. Sembra l’Arizona, mi dico, e che io non sia mai stata in Arizona è un dettaglio su cui non vale la pena soffermarsi.

Guardo fuori dal finestrino e già mi sento più ampia. Ti ho lasciata da meno di mezzora eppure sembri già così lontana, mia cara, bellissima e insipida Las Palmas.
Sono bastati dieci giorni nella capitale di Gran Canaria a farmi capire che non sono queste le Canarie che cerco. Non che non sia carina Las Palmas, tutt’altro: l’intrico di vie di Vegueta profuma di architettura coloniale e di un’atmosfera rallentata di un certo fascino.

E Las Canteras, con i suoi tre chilometri di spiaggia fine, gli artisti della sabbia e un camminamento pedonale che costeggia l’oceano è un piccolo gioiello da cui rendere grazie dell’eterna primavera di questo tratto di costa e sorseggiare una cerveza condita dal suono delle onde.
Ma non appena ti allontani dal centro storico e ti avventuri per i confortanti quartieri residenziali, la città appare come un presepe di cartapesta fatto di stradine pulite, giardini curati, canariones che sorridono sempre e ti trattano con grazia. Qui i semafori seguono il passo lento dei pensionati, le auto non solo pretendono di fermarsi al rosso ma si piantano davanti alle strisce pedonali per farti passare ancor prima che tu abbia pensato di farlo. Un po’ come in Thailandia, insomma, dove il verde più che un segnale di via è una roulette russa, del tipo – io ci provo ad attraversare, non si sa mai che Dio me la mandi buona.
Se non fosse per il clima mite e l’assenza di mucche parrebbe di essere in Svizzera.
Perciò adiós, mia cara, bellissima Las Palmas. Così prevedibile. Così maledettamente poco precaria.

Frugo nella borsa dei viveri in cerca di uno spuntino in grado di placare la sofferenza glicemica e tra la frutta, un’insalata di riso e i nostri morituri fermenti lattici sottratti alla sicurezza della cella frigorifera scovo il tesoro che cerco: un sacchetto di anacardi. Lecco le dita intrise di sale e penso che è un vero peccato che questo spaccato di selvaggio west sia turbato dagli sgraziati interventi umani: capannoni, fabbriche, agglomerati di mattoncini Lego a forma di case e gallerie che tagliano i pendii anziché carezzarli dall’alto.
La provincia di Mogán tenta l’ardua impresa di superare Maspalomas quanto ad accoglienza chiassosa. Un minestrone di noleggi auto, compagnie assicurative, agenzie immobiliari e supermercati SuperDino rimarcano che il sogno canario resiste indenne al tempo che passa.
Ogni paesino che attraversiamo è una rinnovata immersione nel delirio architettonico di quest’isola. Appollaiati sui pendii brulli svettano resort di sfrontata bruttezza che ignorano le più basilari norme di simmetria, enormi alveari di un marroncino malato con vista mare che promettono lunghe serate depresse a sorseggiare ron miel di fronte al mare.

Ad Arguineguín sale una frotta di norvegesi col segno dell’abbronzatura e il berretto in testa. Sembrano gioiosi come bambini in procinto di entrare al luna park e in effetti è questo quel che sembra la costa sud di Gran Canaria, un grande parcogiochi fatto di spiagge artificiali a mezzaluna dove trovano posto concentrazioni di ombrelloni che nemmeno a Pinarella a ferragosto e piattaformi con grandi piscine dove centinaia di corpi sudati se ne stanno allineati come vitelli pronti al macello. Eccolo qui, il girone dantesco dell’all inclusive.
Tra un insulto di cemento e l’altro la strada sfila per sua grazia spettacolare; da una parte sfioriamo la montagna, dall’altra fa capolino il mare. Non fai in tempo però ad abituarti che l’illusione è rotta da una nuovo capolavoro di mostri vista mare. Devono avere speciali agevolazioni fiscali per gli architetti radiati dall’albo, qui a Gran Canaria.
Puerto Rico è uno di quei posti in cui se ti fermi cinque minuti hai la sensazione di essere rimasto cinque minuti di troppo. La mandria di vacanzieri scende vociante dal bus e una nuova prende subito il suo posto. Ma cosa vi spinge qui, pensionati norvegesi, ad asciugare le ossa in un fazzoletto di spiaggia che riluccica di cicalecci e smartphone? Ma lo sapete che dietro quella curva, laddove i vostri terrazzini asimmetrici non osano arrivare, si schiude una valle dove proliferano cactus, aloe selvatica e grotte che portano incisi i segni di una storia millenaria?

Dai finestrini lindi della guagua (il bus, come lo chiamano qui) fanno capolino pinnacoli solitari che svettano verso il cielo come una sfida, come a dire – guarda qui cosa può essere la Natura quando non le si tappa la bocca. Le rocce si colorano di rosso, grigio e verde (verde!), i precipizi si allungano decisi fino a spiaggette isolate, le palme e i fichi d’India si rubano lo spazio l’un l’altro, inconsapevoli che arriverà il giorno in cui entrambi verranno sbalzati dal podio dei vincitori per lasciar spazio ai 3×2 di uno Spar. Dentro, si osserva muti un susseguirsi di scorci che tolgono il fiato, in quella che potrebbe essere una contemplazione, o forse una preghiera, non fosse per il canarione zeppo di tatuaggi che chiacchiera con l’autista come fosse lì lì per farlo fuori.
Finché tutto all’improvviso si quieta in un piazzale impolverato incastrato tra un palazzone in costruzione e un centro commerciale. Che si sia rotto l’albero di trasmissione?
Macché, siamo solo giunti alla meta. La stazione degli autobus di Puerto de Mogán. Il luogo in cui ci attende Viento.

Quando, qualche giorno fa, ci siamo messi a cercare su Airbnb un posto fuori dal circuito turistico dove fermarci prima di salpare verso Fuerteventura, una casetta aveva attirato la nostra attenzione. Non solo prometteva una buona connessione internet, ma vantava una grande terrazza da cui osservare le stelle e un panorama incastonato tra le montagne di Tasarte, un autentico pueblo canario. Ciliegina sulla torta, Francesco, il proprietario italiano, proponeva con un piccolo sovrapprezzo una pandina con cui scorazzare in giro e un frigorifero sempre pieno. Che mai avremmo potuto desiderare di più?
Attendiamo Viento, che non si vede da nessuna parte, e non mi sfugge l’ironia della presenza di questa assenza (cit.) visto che questo è il paradiso di wind e kitesurf. Nessuno risponde al fisso, il numero del cellulare naturalmente non lo abbiamo, l’autista dell’ultima (e unica) corriera della giornata scalda i motori per annunciare la partenza. Caro Viento, che si fa?
Si fa che paghiamo il biglietto, issiamo le valigie e noi stessi e partiamo alla volta di Playa de Tasarte.

Il conducente deve avere origini thai perché la guagua stavolta non percorre la strada ma ci si inabissa dentro, affrontandola con uno spirito da ‘ora o mai più’. Mentre mi aggrappo a tutto ciò che incontro di lato, dietro e davanti a me, vedo la strada assottigliarsi e aggrovigliarsi su se stessa in un improbabile e affatto confortante zigzag tra le montagne. Attraversiamo minuscoli villaggi di case bianche e a chiazze, finalmente in aggraziata sintonia col paesaggio attorno. Su una roccia spunta una croce, qualche passo più in là un piccolo mulino a vento con le pale di legno. Provo a tenere lo sguardo fisso in avanti per fare capire al mio stomaco che ancora credo in lui, ma gli occhi sfuggono di lato in continuazione. Vedo immense distese di fichi d’India, piantagioni di banani, oasi di palme dal cuore arancione. Vedo strapiombi dove pennellate rosse, gialle, nere e verdi si amalgamano in gigantesche tele astratte. La bellezza, si sa, pretende attenzione.
Bienvenidas, Canarie selvatiche!
Ma pure qui, nel profondo sud di Gran Canaria, appollaiato su una roccia in mezzo al nulla, ti attende lui. Il bravo italiano con la fregatura in tasca.
Francesco latita in Portogallo ma riusciamo a sentirci al telefono grazie al ritrovato Viento. In mezz’ora di conversazione surreale con un personaggio così vago e confuso che comincia ad affascinarmi non riesco a capire nulla, se non che le carte in tavola sono state rivoltate con maestria. Mentre provo a capire come l’offerta sia potuta diventare ‘pretesa’ e quali siano le nuove condizioni che ci vengono proposte, do un’occhiata attorno.
Ci sono solo montagne qui. Siamo nel bel mezzo del nulla, senza auto, senza cibo, senza luce. La prossima corriera passerà solo domani mattina.
Sarebbe saggio increspare le labbra e dire ok, dolce e confuso signore di Bari, siamo hermanos, troviamo un accordo. Ma le parole rimangiate riempiono l’aria di particelle negative che ci mettono a disagio e contrastano con questa meraviglia che abbiamo di fronte. Siamo venuti nelle selvagge Canarie in pace, e in pace, per Dio, ci resteremo!
E come sempre la vita prima toglie e poi ridà e se manda qualcosa all’aria è perché là sotto, da qualche parte, ribolle la promessa di qualcosa di meglio. Che prende la forma di una stralunata olandese seduta nella terrazza della guesthouse intenta a succhiare sigarette. Ci si avvicina con fare cospiratorio, ‘Tenete’, dice allungando un foglietto con un numero di telefono vergato sopra.
È il numero di Edgar, affittacamere e agricoltore rasta che, come scopriremo di lì a poco, regala gentilezze antiche e papaye per colazione.

Apro la porta di casa che è ancora buio. C’è una vaga luce che spunta da dietro la roccia e un silenzio pieno come certe notti in mezzo al deserto.
Mentre imbastisco la mia rudimentale colazione sul tavolo della terrazza, mi circondo del suono delle onde che si infrangono contro la spiaggia ciottolosa a pochi metri da me e delle sfumature del cielo che lentamente scolora svelando il confine col mare. Un paio di macchine sfilano a lato con i fari accesi, procedono lente sulla breve stradina che conduce alla spiaggia e si dirigono a destra verso il parcheggio. Non sono clienti, il bar-ristorante al limitare dello strapiombo aprirà non prima delle 10, o quando più aggrada ai proprietari, che qua la fretta è bandita come un reato. Sono pescatori, taciturni filosofi del mare che non temono il silenzio e lanciano l’esca là dove la luce non riesce ad arrivare.
Accompagnata dal profumo di caffé che si leva dalla tazza, la luce si fa più decisa. Ecco che spuntano le palme sulla spiaggia, le serre di papaya sotto casa, il profilo grezzo della roccia là dove i sassi cedono il posto all’oceano.

Eccezion fatta per il piccolo ristorante che si affaccia sul mare, qui non esiste connessione internet e pure i telefoni sono pressoché isolati. Ci sono solo due corriere al giorno che fanno la spola tra la playa e il paese, laddove si erge solitario come un menhir il supermercato.
La mia casetta è in linea con l’essenzialità del posto. Conta tre coltelli, due cucchiai, un pentolino e una padella, un interruttore che ciondola da un filo staccato dalla parete, un paio di prese in quattro stanze. Non ha tavoli all’interno, in compenso nella terrazza ce ne sono tre, più un piccolo divano scassato ma rivestito con amore di pallini rosa e blu. Accoccolata là sopra ad assorbire i raggi tiepidi del giorno che avanza quasi quasi mi dimentico degli animaletti neri intravisti ieri sera dentro l’armadietto della cucina. Il topo che si aggira tra i piatti lasciati a scolare sul lavandino è un po’ più difficile da ridimensionare, lo ammetto, ma la casa appollaiata sul cucuzzolo la sera diventa il ritrovo di tutti i gatti del vicinato, vedremo di mettere a frutto questa neonata amicizia di mutuo soccorso.

Ieri sera siamo saliti al bar che dà il cambio al ristorante, abbiamo mangiato tonno marinato e sorseggiato Tropical a un tavolino affacciato sul cortile che brulicava di bambini e uomini di mezza età intenti a chiacchierare di chissà cosa. Abbiamo raccolto sorrisi e informazioni, poi siamo tornati verso la spiaggia passando per il sentiero polveroso con la pila accesa sotto un tappeto di stelle, e poi con la pila spenta sotto un tappeto di stelle, perché ogni tanto vale la pena ricordarsi quanto sa essere maestoso il buio nella totale assenza di luci artificiali.
La notte ho dormito come una signora, protetta dal trapuntino rosso, dalle onde e dal canto dei grilli.
E sebbene l’animo ancora sussulti al terremoto dei pensieri recenti e di questo tumultuoso, e sorprendente, momento di passaggio nel mezzo del cammin di mia vita, penso che è qui che dovevo venire, in questa casetta che profuma di incenso, curcuma e mare, lontana dalla sicurezza della città e dagli schemi cui son solita aggrapparmi. E che forse questi sono la persona, il posto e il momento giusti per provare a vedere se questo cuore un po’ rattrapito dal tempo è ancora capace di spalancarsi e accogliere tutto quello che l’amore promette, pretende e concede.

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